Nel mondo di Elena

Nasce in provincia di Treviso ma lo dice subito “Io sono di Venezia, più precisamente di Noventa di Piave“. Elena Nichele è una delle giovani più promettenti del panorama calcistico gialloblù e nazionale. Non lo dimostrano soltanto le tantissime presenze nella Serie A di quest’anno, addirittura 20, ma anche le ottime, seppur poche, prestazioni con la formazione primavera. Per lei il calcio è una passione di cui non si può certo pentire, ma se pensa a cosa ha lasciato venendo a Verona le viene istintivo ringraziare i genitori. Una lunga, lunghissima carriera davanti che necessita però di grandi miglioramenti e lei lo sa bene. Come l’Elena dell’Iliade, è la versione più sorridente di quel mitologico nome.

Quando, dove e come nasce la passione per il calcio?

“Ho iniziato a giocare con i maschietti della mia stessa età in una squadra di Noventa. La passione è nata perché in famiglia sono tutti appassionati: mio papà gioca a calcio, i miei cuginetti giocano a calcio e quindi io – pausa con sorriso, perché infondo è tanto normale – ho iniziato a giocare a calcio. A sette anni ho iniziato perché prima mia mamma non voleva: l’hanno dovuta convincere le maestre delle elementari che mi vedevano giocare sempre a pallone con i maschi”.

Raccontaci del tuo arrivo a Verona.

“Sono arrivata tre anni fa, nel 2015. Ho fatto un anno di esordienti, uno in primavera e poi sono passata in prima squadra due stagioni fa, da marzo in poi. Da lì sono rimasta stabilmente in prima squadra”.

Ruolo preferito?

“Trequartista! – detto con l’aria di chi sa che, per ora, proprio non ci riesce – Ma gioco centrocampista. Meglio mediano centrale in un centrocampo a tre: per fare la mezzala ci vuole gamba – e ride ancora – Non ho proprio la gamba da mezzala”.

Il gol più bello finora?

“Due giorni prima avevo compiuto diciassette anni e non arrivava una partita normale. Veniva il Brescia in casa nostra. Nelle partite così attese ho sempre sofferto la tensione, ma all’epoca ero ancora più giovane di quanto sono oggi. Prima di entrare in campo, stuzzicandomi con una compagna, le tirai un calcetto simpatico con l’esterno del piede e Angelica (Soffia, ndr) la prese come un’illuminazione e disse: ‘oggi segni d’esterno’. Infatti tre minuti prima dell’intervallo mi è capitata quella palla vagante e ci ho provato, segnando d’esterno. Era il mio primo gol in carriera. Contenta perché arrivò contro una rivale e perché era una gara importantissima in ottica classifica”.

Che persona sei e cosa vuoi fare da grande?

“Tendo a rimandare i problemi, come nello studio. Faccio il turistico, studio lingue. Innanzitutto mi piacerebbe portare avanti questa – eterna pausa di riflessione – carriera. Poi però, sinceramente, non ho voglia di fare cose basate sulle lingue. Vedremo, c’è molto tempo ancora. Mi piacerebbe andare all’università, questo certo”. 

Cosa c’è di professionistico in quello che fai durante la settimana?

“Ci sono quattro allenamenti settimanali più partita. Durante questa stagione mi è capitato di allenarmi anche di più. Sicuramente c’è fastidio nel non vedere emergere il femminile: sta emergendo, ma dovrebbe farlo sempre di più. Non può essere paragonabile al maschile, per adesso, ma merita molta più visibilità. Da lì potrà nascere il paragone”.

Con un occhio alla prossima stagione ma anche alla fase nazionale del campionato Primavera. Tu hai cominciato molto giovane in Serie A: ci sono stati dei momenti in cui ti sei sentita più immatura di altre compagne o altri, invece, in cui hai capito di poter offrire qualcosa che ancora non c’era?

“Due anni fa giocavo la mia prima partita da titolare a Roma. In squadra c’erano ragazze del calibro di Bonetti, Gabbiadini, Pirone, Di Criscio e Carissimi. Ero piccolina, ma non mi è pesata molto la responsabilità perché mi hanno aiutata. Soprattutto Fede (Di Criscio, ndr) prima di entrare in campo mi ha rassicurata, è venuta lì, abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare insieme. Oggi mi impongo di riuscire a fare le cose da sola, anche se spesso siamo punto a capo: ma ci provo, prima o poi ne uscirà qualcosa di buono”.

Cosa ti spinge a venire ogni giorno ad allenamento?

“Migliorarmi. Cercare di rendere fieri i miei genitori per i sacrifici che stanno facendo. Mi sono trasferita a Verona per questo ed è giusto che continui a seguire la mia passione. Ho lasciato casa a 15 anni e non penso lo facciano tutte le persone. Ho lasciato famiglia, parenti e amici, ma sto bene dove sto e non sono assolutamente pentita”.

Tu che vedi il confine da molto lontano. Quando deve smettere una giocatrice di giocare? Quando deve cominciare?

“Credo che l’età giusta sia attorno ai 35 anni. Chi continua oltre e riesce comunque a rimanere su alti livelli è un esempio. Una bimba deve iniziare subito, a cinque o sei anni. Poi ogni squadra dev’essere capace di capire il momento dell’innesto di una giovane in prima squadra. Perché c’è molto da imparare e molti basi da costruire prima di arrivare a una buona condizione fisica e di esperienza”.

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